Dalla Cina al Pakistan, il controllo dello Stato sul Web

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Dal Pakistan la notizia sul monitoraggio governativo di alcuni siti, tra cui Google e Yahoo, alla ricerca di materiale anti-Islam. Dubbi sulla realtà della libertà di espressione in Internet e sull'eticità di certi interventi statali.

logo firefox - bandiera cinese

 ISLAMABAD, 25 giugno – L'Authority per le telecomunicazioni Pachistane ha messo sotto sorveglianza sette siti internet, tra cui Google, Yahoo e Youtube, per censurare eventuali contenuti blasfemi. L'ordine parte dal Ministero delle Tecnologie dell'Informazione, sulla base di una petizione presentata dal Movimento degli avvocati islamici, e coinvolge anche altri popolari website come Amazon e Hotmail. Questo provvedimento fa seguito all'oscuramento, avvenuto il mese scorso per 12 giorni, di Facebook a causa della pubblicazione di alcune vignette su Maometto, ritenute blasfeme e offensive nei confronti della morale islamica.

CONTROLLO STATALE – Siamo così di fronte all'ennesimo caso di controllo governativo sui contenuti di Internet, ossia il divieto, legalmente illegittimo di accesso a determinate zone del Web per i propri “sudditi”. Come ai tempi dello Stato della Chiesa c'era un indice dei libri Proibiti, ora c'è una vera e propria blacklist di siti o, più precisamente, di determinati tipi di contenuti online. Il Web passa così dall'essere veicolo multifunzionale e multiespressivo dell'opinione di tutti a mero strumento d'informazione (propaganda) di Stato come, ad esempio, il cinema tedesco del Terzo Reich.

 

LIBERTA' DI ESPRESSIONE? - Qui più che di mancata libertà di opinione bisognerebbe parlare di mancata libertà di condivisione e fruizione dei contenuti: la portata globale di Internet è tale che non si può impedire alle persone di elaborare e rendere disponibile materiale “scomodo”. Si può però impedire ai propri cittadini di accedere a questi contenuti e a condividerli con altri cittadini.

 

IL CASO CINA... – In quest'ottica viene spontaneo pensare agli interventi del governo cinese, soprattutto all'oscuramento dei principali social network come Facebook e Twitter, oltre che a Youtube. La stessa Google - dopo un periodo di autocensura attraverso l'applicazione di precisi filtri richiesti dallo Stato - avrebbe deciso di abbandonare il progetto “Google Cina” e deve ora trovare una collocazione per le centinaia di dipendenti cinesi. La causa sono i ripetuti attacchi informatici, sulla cui origine si sospetta il coinvolgimento del governo cinese.

 

...E ANCHE GLI STATI UNITI! - Come mai gli organi governativi di alcune nazioni prendono questo tipo di provvedimenti, atti al controllo dei contenuti, in quest'epoca di informazione globale e globalizzata? Forse non si tratta di un semplice controllo preventivo ma di una vera e propria paura degli effetti – potenzialmente devastanti - derivati dalla circolazione delle informazioni sul Web, oltre che della possibilità di poter “agire” sul Web. Un'ulteriore conferma di questa ipotesi proviene da un contesto completamente diverso dai precedenti: il Senato degli Stati Uniti ha recentemente approvato una legge chiamata “Internet Kill Switch”, provvedimento che permette al Presidente di “spegnere” Internet, attraverso la richiesta ai provider e ai motori di ricerca nazionali di interrompere i loro servizi, per un massimo di 4 mesi, in caso di attacchi su larga scala provenienti dalla Rete.

Ultimo aggiornamento ( Martedì 07 Settembre 2010 09:38 )  

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